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Come coordinare i contributi versati in diverse Gestioni previdenziali

Sicuramente una delle situazioni più ricorrenti per i futuri pensionati sarà l’aver versato contributi obbligatori a casse e enti diversi, visto la tendenza al cambiamento del posto di lavoro e il progressivo estinguersi del posto fisso. Nel quadro del progressivo incremento dei requisiti contributivi, sia introdotti ex novo dalle recenti riforme, sia dai meccanismi di adeguamento alla speranza di vita, la valutazione di tutte le contribuzioni accreditate durante la propria vita lavorativa diventa imperativa per ottenere una pensione. Basta considerare, ad esempio, la pensione di anzianità: nel lontano 1992 si poteva ottenere con 35 anni di contribuzione, ora ne richiede oltre 43 (8 anni in più) e tra circa 20 anni supererà quota 45 anni.

La materia è stata, e continua a essere, oggetto di una continua evoluzione normativa, il che attesta chiaramente la complessità del problema, tanto che il legislatore ha messo a disposizione dei lavoratori una serie di strumenti diversi. Da una parte abbiamo esigenze di equità sociale volte a garantire al lavoratore la possibilità di usufruire dei contributi versati in diversi enti, dall’altra le esigenze finanziarie di stabilità degli stessi enti previdenziali. Ad accrescere la complessità del problema si aggiunge poi il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo. In quest’ottica, la ricongiunzione è lo strumento obsoleto, quello che era stato pensato sulla misura del vecchio sistema retributivo, ma che continua a convivere ancora oggi e in molti casi risulta essere una scelta da considerare. Per poter analizzare correttamente i vari istituti di coordinamento degli spezzoni contributivi è necessario dapprima porre lo sguardo sul contesto in cui questi si sono sviluppati, partendo da quello più antico: la ricongiunzione.

Se la previdenza degli impiegati dello Stato nasce alla fine del ‘800, l’assicurazione obbligatoria del lavoro privato nasce nel 1924 e si consolida nel 1936. Cosicché il neonato INPS si affianca alla previdenza dello Stato e delle amministrazioni locali e alle gestioni previdenziali di ferro tramvieri e ferrovieri che la precedevano. Nell’ottica corporativa di quel periodo storico, si pongono a fianco della gestione di base INPS anche altre gestioni speciali come quella dei telefonici, dei dipendenti delle esattorie, ecc. Sicuramente il livello di tutela era alquanto limitato e forniva una mera tutela contro la povertà.

Alla fine della seconda guerra la Costituzione repubblicana rovescia il paradigma corporativo del rapporto diretto lavoratore-datore ed eleva il principio solidaristico previdenziale all’articolo 38 della Costituzione. Da questa nobilitazione consegue, anche in proporzione alla maggiore redditività dell’attività economica, un incremento netto della misura di tutela previdenziale. Inoltre, la previdenza viene estesa al lavoro autonomo di artigiani, commercianti, rappresentanti, alle professioni: notai, medici, avvocati, ecc. Proliferano anche tutta una serie di gestioni sostitutive per artisti (ENPALS), giornalisti (INPGI), dirigenti dell’industria (INPDAI), il personale di volo, i gassisti, etc. La nascita progressiva dei regimi speciali va ricondotta per lo più alla necessità di assolvere a una sufficiente tutela, dovuta all’iniziale incapacità del regime generale obbligatorio di garantire una copertura adeguata, pertanto sono espressione diretta del peso contrattuale della categoria. Si giunge così, ossequiando sino all’eccesso il principio pluralistico della tutela previdenziale sancito dalla legge, fino alla soglia di crisi degli anni ’90 quando convivevano ben 50 regimi pensionistici concorrenti e diversificati.

In conclusione, la selva dei regimi previdenziali risultava classificabile in 5 categorie omogenee:

  • Il regime generale INPS con le sue quattro gestioni (lavoratori dipendenti, coltivatori  diretti, artigiani, commercianti);
  • I regimi sostitutivi di cui alcuni Fondi speciali (volo, giornalisti, artisti, dirigenti, ecc.);
  • I regimi esonerativi per lo Stato o aziende (banche) che fornivano la previdenza in autonomia;
  • I regimi autonomi delle casse degli ordini professionali;
  • I regimi integrativi dei rappresentanti e di alcuni istituti bancari.

Evidentemente il problema che sorge frequentemente e con particolare veemenza in questo quadro legislativo è quello del coordinamento di diversi spezzoni contributivi maturati in vari regimi, per poter ottenere un’unica pensione e per non perdere spezzoni inferiori ai limiti minimi di contribuzione previsti dai requisiti dei singoli ordinamenti. È chiaro che sussisterebbe un’iniqua disparità tra due soggetti, uno con sufficiente contribuzione presso un unico ente da ottenere la pensione di anzianità, e un altro con la stessa anzianità ma divisa in due spezzoni a enti diversi e che rischierebbe di rimanere senza nemmeno la pensione di vecchiaia, se gli enti rimanessero impermeabili.

Si giunge cosi all’anno 1979 quando vede la luce la Legge 29 che pone le premesse di un disegno organico sul tema della ricongiunzione dei differenti periodi assicurativi in modo da risolvere in tutti i casi il problema del coordinamento di tanti spezzoni contributivi.

Nei prossimi appuntamenti analizzeremo nel dettaglio i vari istituti di cui ci si può avvalere per coordinare i vari spezzoni contributivi versati in diverse Gestioni previdenziali.

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