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Come il PIL del nostro Paese incide sulle pensioni

La Riforma Dini del 1995 e a tutt’oggi ancora considerata tra le più importanti riforme del sistema pensionistico del nostro Paese, se non la più importante,  per i suoi contenuti altamente innovativi, ha introdotto il sistema di calcolo contributivo, ovvero il calcolo dell’importo della pensione sulla base della somma di tutti i contributi versati nella vita lavorativa. Questa modalità di calcolo si contrappone al precedente calcolo retributivo che ha come parametro di riferimento la retribuzione media degli ultimi anni antecedenti il pensionamento.  La Riforma Monti-Fornero ha poi applicato tale sistema di calcolo per tutti i lavoratori a partire dal primo gennaio 2012.

Il calcolo contributivo dovrebbe rappresentare la garanzia di sostenibilità del sistema pensionistico nel problematico futuro della previdenza, connotato da squilibri demografici e tassi ridotti di sviluppo economico.
Tra i principali fattori, che incidono su tale sistema di calcolo, c’è la crescita della ricchezza del Paese: il cosiddetto prodotto interno lordo (PIL).

Nello specifico questa grandezza riguarda la fase di vita attiva del lavoratore, ossia il momento in cui si versano e si accumulano i contributi.
Di fatto, con il sistema di calcolo contributivo, per ogni posizione previdenziale si apre una sorta di conto individuale, dove figurativamente vengono accumulati i contributi previdenziali. La pensione del lavoratore è data dalla sommatoria dei contributi versati nel corso della vita lavorativa, capitalizzati alla media quinquennale del Pil nominale e moltiplicati per il coefficiente di trasformazione stabilito dalla legge in base all’età del soggetto al momento del pensionamento.

Va specificato che il sistema di calcolo contributivo solo apparentemente utilizza i parametri della capitalizzazione; in realtà, il sistema di finanziamento della previdenza pubblica continua a essere a ripartizione: i contributi incassati vengono e verranno immediatamente utilizzati per pagare le pensioni in essere.
La capitalizzazione dei contributi versati, quindi la redditività degli stessi, avviene sulla base del Prodotto interno Lordo del nostro Paese. Possiamo pertanto affermare che dall’evoluzione del PIL  dipende in misura rilevante l’entità del futuro assegno pensionistico di chi oggi lavora.
Di fatto, la legge Dini recita:  “il tasso annuo di  capitalizzazione  è  dato  dalla  variazione media  quinquennale  del  prodotto  interno  lordo,  (PIL)  nominale, appositamente  calcolata  dall’Istituto   nazionale   di statistica (ISTAT),  con riferimento  al  quinquennio  precedente   l’anno   da rivalutare. In occasione di eventuali revisioni della  serie  storica del PIL operate dall’ISTAT i tassi di variazione  da  considerare  ai soli fini del calcolo del montante contributivo sono quelli  relativi alla serie preesistente anche  per  l’anno  in  cui  si  verifica  la revisione e quelli relativi alla nuova serie per gli anni successivi.”
Nell’anno 2014 per la prima volta dall’entrata in vigore del sistema contributivo (parliamo della Riforma Dini) l’ISTAT aveva comunicato un tasso di capitalizzazione negativo: “il tasso annuo medio composto di variazione del prodotto interno lordo nominale, nei cinque anni precedenti il 2014, risulta pari a – 0,001927 e, pertanto, il coefficiente di rivalutazione 2014 del montante contributivo maturato al 31 dicembre 2013 è pari a 0,998073”. In termini riduttivi ciò stava a significare che per chi aveva maturato al termine del 2013 un montante di 100.000 euro, la pensione era calcolata su 99.807 euro per effetto della svalutazione. L’allora Governo decise così di intervenire in merito con il decreto legge 65/2015 congelando la svalutazione e stabilendo che in tali circostanze debba essere applicato un tasso di rivalutazione comunque pari a 1.  Il tasso che si applica ai montanti contributivi accantonati al 31 dicembre 2017, è pari a 1,013478.
Ma vediamo ora che impatti ha l’andamento futuro del Prodotto Interno Lordo sulle pensioni con alcuni esempi numerici.

Esempio 1
Per un trentacinquenne entrato recentemente nel mondo del lavoro, la pensione di vecchiaia potrà essere ottenuta soltanto all’età di 70 anni, con un importo annuo netto, nel caso di un Pil dello 0,5% pari a sole 2,5 volte l’attuale assegno sociale (5.954 euro/anno nel 2019).

Ipotesi – Professione: dipendente privato; Data di nascita e di inizio contribuzione: primo gennaio; Inizio contribuzione: 35  anni; Continuità lavorativa dai 35 anni fino al momento del pensionamento; Reddito lordo 2019: 24.000 euro/anno; inflazione: 2%; speranza di vita: modello demografico Istat; importi in euro reali al netto della fiscalità

La tabella mostra come l’importo dell’assegno pensionistico sia fortemente influenzato dall’andamento del Prodotto Interno Lordo, e va anche tenuto presente che la sua crescita è fortemente correlata al tasso di crescita della produttività, il quale riflette l’andamento reale dei redditi medi da lavoro (retribuzione contrattuale lorda). Accelerazioni e decelerazioni di produttività, infatti, tendenzialmente si manifestano in parallelo a quelle del prodotto complessivo e l’assenza   di aumenti sensibili della produttività porta con sé un calo delle retribuzione reali. E’ per questo che nell’esempio si è ipotizzata una crescita delle retribuzioni correlata a quella del Pil futuro considerato.
In tale profilo si è ipotizzato un inizio tardivo dei versamenti contributivi, a ciò si potrebbero aggiungere, con riflessi del tutto negativi, anni di mancato lavoro e quindi di “buchi” contributivi che andrebbero a compromettere ancor più l’importo della pensione futura.

Esempio 2
Se prendiamo a esempio un quarantacinquenne, entrato nel mondo del lavoro a 28 anni e con un reddito pari a 32.000 euro l’anno, alla prima data utile di pensionamento (pensione anticipata) potrà percepire un assegno netto di 16.692 euro l’anno (2,8 volte l’attuale Assegno Sociale), dopo aver versato per 37 anni e 10 mesi un’aliquota contributiva del 33% della sua retribuzione. Maturerà il diritto alla pensione di vecchiaia a gennaio del 2043 e un assegno pensionistico netto di 19.684 euro (3,3 volte l’AS) dopo 41 anni di versamenti contributivi e 69 anni di età.

Ipotesi – Professione: dipendente privato; Data di nascita e di inizio contribuzione: primo gennaio; Inizio contribuzione: 28 anni; Continuità lavorativa dai 28 anni fino al momento del pensionamento; Reddito lordo 2019: 32.000 euro/anno); inflazione: 2%; speranza di vita: modello demografico Istat; importi in euro reali al netto della fiscalità

Esempio 3
Peggiore poi è il caso degli autonomi. Un trentenne, con un reddito dichiarato pari al minimale contributivo Inps previsto per l’anno corrente di 15.878 Euro, raggiungerà la pensione ad oltre 70 anni con un importo nemmeno  pari a 1,6 volte l’Assegno Sociale.Ipotesi – Professione: commerciante titolare; Data di nascita e di inizio contribuzione: primo gennaio; Inizio contribuzione: 25  anni; Continuità lavorativa dai 25 anni fino al momento del pensionamento; Reddito lordo 2019: 15.878 euro/anno; inflazione: 2%; speranza di vita: modello demografico Istat; importi in euro reali al netto della fiscalità

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